LA GIARA
LUMIE DI SICILIA

di Luigi Pirandello | regia Adolfo Micheletti


"Al banchetto dell'esistenza non c'è più posto per lui. Tutto consumato, tutto sparecchiato…"

LA GIARA
LUMIE DI SICILIA

di Luigi Pirandello
regia Adolfo Micheletti

con Stefano Micheletti Don Lolò / Micuccio
e con (in o. a.)
Alessandra Mattei Pipuzza / Sina
Tiberio Ghitti L'avvocato / Un giovane
Marianna De Micheli Zi' Marta / Una contadina
Alessandro Dinuzzi Zi' Dima / Un cameriere


dramaturg Luca Micheletti
luci e suono Giordano Cinelli
elementi scenografici Luigi Casermieri, Liliana Confortini
realizzazione costumi Alessandra Bini
foto di scena Fulvio Vivenzi

produzione Compagnia teatrale I GUITTI 

LA GIARA
La giara Nel 1917, al Teatro Nazionale di Roma, va in scena, con la Compagnia di Angelo Musco 'A giarra, un atto unico scritto in dialetto siciliano e pubblicato in lingua da Bemporad, nel 1925; Pirandello lo aveva ricavato dall’omonima novella, scritta nel 1909. Gemma del teatro pirandelliano, «è l’addio a una Sicilia estiva intrisa di colore e di folclore […] l’ultimo tuffo dello scrittore in una sorta di eden […] quasi arcadico, prima di iniziare l’esplorazione delle ossessioni che travagliano la coscienza» . Nella commedia, «Pirandello da un lato sembra evocare una forma di urto, tanto più drammatico e insieme comico, quanto più realizzato tra posizioni assolutamente inconciliabili (e, in tal senso, il discorso non è diverso da Lumìe di Sicilia); e, dall’altro, sembra vanificare lo stesso urto nell’impossibilità di superarlo, nell’incapacità di stabilire la ragione e il torto delle parti in contesa. Dice Scimè, nella versione in dialetto siciliano che non è un ‘sulu casu’, ma ‘dui casi’, cioè due verità altrettanto reali e valide, che si escludono a vicenda, ognuna con la sua ragione che l’assolutizza, ognuna con la sua legittima e convincente spiegazione. I due ‘reati’ – il sequestro di persona e l’alloggio abusivo – si fronteggiano senza via d’uscita […]. Qui, senza dubbio riemerge la disorientante relatività di Così è (se vi pare), che verrà non casualmente a distanza solo di due anni. Siamo già a contatto delle prime grandi strutture tematiche del teatro pirandelliano, e solo da esse ci vengono le ragioni delle scelte linguistiche ed espressive compiute dall’autore».

LUMIE DI SICILIA
Lumìe di Sicilia è un atto unico che Luigi Pirandello trae dalla novella omonima, e che fu rappresentato per la prima volta, assieme a La Morsa, dalla Compagnia del Teatro Minimo di Nino Martoglio, il 9 dicembre 1910, al Teatro Metastasio di Roma. La pièce ripropone un tema caro a tutto il teatro di Pirandello: l’infrangersi dell’illusione che l’uomo possa tentare la strada della libertà, e poi riprendersi, una volta rientrato nel suo vecchio mondo, la sua vita precedente. Non è consentito a nessuno volare «oltre il cielo di carta», lontano da obblighi e convenzioni sociali, senza perdere l’antica appartenenza. E’ il tema del Fu Mattia Pascal: quando questi, a due anni dalla sua presunta morte, si decide a tornare al paese, non avrà più modo di ritrovare né famiglia, né lavoro, né precisa identità. A chi tenta la strada della ribellione, è negata qualsiasi reintegrazione. Ed è anche il tema dell’Enrico IV, il pazzo che, rinsavito dopo dodici anni, tenta di rientrare nel mondo reale, ma si accorge che «al banchetto dell’esistenza non c’è più posto per lui; tutto consumato, tutto sparecchiato».


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